martedì 13 giugno 2017

Francisco Bethencourt - Razzismi. Dalle crociate al XX secolo


Bethencourt affronta le diverse forme di razzismo che hanno preso vita nel corso della storia occidentale dalle crociate al XX secolo, mettendo in evidenza la stretta correlazione tra il razzismo e progetti politici; scrive lo stesso Bethancourt:

è la lotta per il monopolio del potere che si combatte con il razzismo e le teorie razziali. I pregiudizi riguardo alla discendenza etnica associati a pratiche di discriminazione sono strumenti di progetti politici, anche se non sempre fatti propri e istituzionalizzati dallo stato.

Queste interpretazioni sono alla base dell'ipotesi che ispira il mio lavoro, ossia che il razzismo sia innescato da progetti politici e connesso a particolari condizioni economiche. Il razzismo è alimentato o viceversa scoraggiato da autorità o centri di potere capaci di una certa influenza, e prende le direzioni disegnate dalla memoria collettiva e da possibilità impreviste.

mercoledì 24 maggio 2017

Spezie: La noce moscata

Mercante di Noce Moscata - Tractatus de herbis, Francia, XV sec.


Pianta equatoriale originaria delle isole Banda (Molucche), diffusa in Indonesia e Malesia, successivamente esportata a Ceylon, Madagascar e Antille. Il frutto è simile ad una albicocca color giallo pallido, con polpa biancastra che racchiude un grosso nocciolo bruno dal guscio traslucido, rivestito da un arillo reticolato di colore vivace che va dal rosa arancio al rosso mattone. Il termine "noce moscata" si è formato in epoca medievale, in alternanza a nux miristica (dal lat. muscus e dal greco myron, confezione profumata).

Le principali vie commerciali in Oriente erano originariamente due (le stesse dei chiodi di garofano): a nord verso le Filippine e la Cina e ad Ovest verso la penisola malese e l'India (Sanscrito: jati-phala; Malese: pala; Cinese: joutou-k'ou).
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Mattioli (1568) sosteneva che la noce moscata fosse conosciuta gia nell'antichità classica; Plinio, XII, 135, affermava che dalla noce si estraesse un profumo quasi altrettanto piacevole che il cinnamum.

Nella cucina medievale veniva aggiunta sul pesce bollito o nel pan di zenzero ed era nota anche per rinfrescare il respiro e confortare lo stomaco.

Fonti:
Enrico Carnevale Schianca - La cucina medievale: Lessico, storia, preparazioni - Firenze, Olschki
Alessandro Faro - Le spezie e il Medioevo: tra il quotidiano e l'immaginario
I discorsi di P.A Mattioli (1568)

venerdì 24 marzo 2017

Donne: erbe e cure



Lo stretto legame tra le donne e le erbe è ascrivibile al periodo Paleolitico, alle donne infatti spettava la raccolta delle erbe e dei frutti che fungevano sia da alimentazione sia da sostanze che, accuratamente mescolate, si rilevavano utili per le cure e le affezioni.

Nell'Antichità durante il culto della Bona Dea (manifestazione devota praticata esclusivamente da donne) le sarcedotesse detenevano una grande quantità di erbe. L'uso di quest'ultime era destinato per lo più legati a riti propiziatori, ovvero, strettamente vicine alla fertilità, alla gravidanza e al parto.

Nell'Alto Medioevo numerose donne operavano come guaritrici fornendo cure a basso prezzo agli strati più poveri della società.

Gli intrugli utilizzati erano spesso associati a rituali magici, non a caso la raccolta delle erbe seguiva uno specifico calendario magico: la notte di San Giovanni era quella più propizia per cogliere le piante portatrici di fecondità come la ruta, la salvia, il finocchio; le radici di peonia, utili per curare l'epilessia, dovevano essere colte solo nelle notti di luna calante.

Sant'Ildegarda per le donne che riscontravano difficoltà nel concepimento consigliava il finocchio e la renella:

Se una donna incinta fatica molto durante il parto, si cuoccia in acqua, con precauzione e grande controllo, un poco di erbe leggere, ossia il finocchio e la renella, e tolta l'acqua, le si disponga calde intorno ai fianchi e al dorso della donna, legandole delicamente con un panno che le tenga ferme, affinchè il dolore e le chiusure si sciolgano un poco più facilmente e dolcemente. Gli umori cattivi e freddi che sono nella femmina quanto è incinta, la contraggono e la chiudono, ma il soave calore del finocchio e della renella, esaltati dalla dolcezza dell'acqua messa sul fuoco e disposti intorno ai fianchi e al dorso, dal momento che proprio in quei punti la donna soffre per la concentrazione, stimolano le membra ad aprirsi.

Letture consigliate:

Trotula : un compendio medievale di medicina delle donne / a cura di Monica H. Green ; traduzione italiana di Valentina Brancone
Firenze : SISMEL - Edizioni del Galluzzo, 2009

Sulle malattie delle donne / Trotula De Ruggiero ; a cura di Pina Cavallo Boggi ; traduzione di Matilde Nubié e Adriana Tocco
Torino : La rosa, 1979

Cause e cure delle infermità / Ildegarda di Bingen ; con una nota di Angelo Morino ; a cura di Paola Calef
Palermo : Sellerio [1997]

martedì 17 gennaio 2017

L'artemesia




 
Artemisia
Fra le piante magiche, l'artemisia ha avuto sempre un posto di grande rilievo. Era spesso indicata per le malattie della matrice (matricaria).
L'artemesia era la pianta più strettamente legata alla donna e alla cura delle donne. Plinio, Ippocrate e Dioscoride la consigliavano per i disturbi femminili. Ippocrate per l'espulsione della placenta, Dioscoride per sollecitare il parto.

Il Cristianesimo al fine di eliminare l'alone pagano che inesorabilmente aleggiava sulle erbe, mutò il nome della pianta (riconducibile alla dea pagana benefica e feconda Artemide) denominandola erba Santa Maria.
Il fenomeno di associare erbe al sacro crebbe constantemente nel tempo, portando di fatto alla nascita di una vera e propria farmacopea cristiana.

Vincenzo Tanara, sull'erba Santa Maria scrive:

L'erba Santa Maria, detta menta greca (...) serve per far frittelle, e per la sua dolce agrezza sono vivanda grata li giorni di magro, se bene fatto grasso, non sono ingrate, si come trite e misticate con ova, la frittata rende buona; dà ancora buon gusto e odore alle minestre, ove con altre erbe entra e salse; è mangiata volentieri dalle donne per giovar i dolori della matrice. Moltiplica col spartire il caspo, se ne fa impiastro sopra il petinecchio e fa orinare; scaldata con vino bianco e sopra lo stomaco, lo corrobora; questa pianta sparsa in terra, scaccia i serpenti e lo stesso fa il suo fumo.

Sempre secondo una leggenda cristiana, la pianta germogliava lungo il sentiero del serpente del Paradiso terrestre, assumendo la connotazione di erba del pellegrino, ovvero di colui che percorrendo strade poteva incorrere in brutti incontri. Nel codice Historia Plantarum della fine del XIV secolo, troviamo:

Se qualcuno viaggiando la porta con sé non incontra inciampi e caccia la fatica del viaggio e la stanchezza.

La badessa Idelgarda ne esaltava le proprietà digestive:

un pizzico di questa polvere preso mattina e sera, a digiuno sistema i disturbi di stomaco.

In cucina nel tardo Medioevo nelle campagne padane, il culto della vergine/madre veniva celebrato con i tortelli all'artemisia

giovedì 26 novembre 2015


In "La fine di Bisanzio" Harris documenta la caduta di Bisanzio per mano degli ottomani. La città cade il 29 maggio del 1453. Sono passati più di 200 anni da quando nel 1258 (anno di nascita di Osman I) venne fondato l'impero ottomano. Per conquistare Constantinopoli furono utilizzate ingenti risorse e sacrificate numerose vite umane, in quella che sarà una fase cruciale per la fine del medioevo e l'inizio della storia moderna. 
Gli ottomani interrompono undici secoli di dominazione da parte dei cristiani bizantini, dando vita ad un nuovo assetto sociale.


giovedì 28 novembre 2013

Un banchetto medievale




Menu per i festeggiamenti della celebrazione dell’insediamento di John Chandler a vescovo di Salisbury nel 1414

Prima portata (con carni bollite)

Frumenty (porridge di grano con uova strapazzate) con cacciagione.
«Vyaund cyprys» (vino con zucchero e spezie, addensato con aggiunta di farina, su una base di carne di maiale o pollo).
Carni bollite di cappone, cigno, fagiano, pappagallo, «pomys en gele» (polpette di carne in gelatina), «lechemete» (carne a fette), torta regale.
Chiusura con una sottigliezza (un quadro) rappresentante l’Agnello di Dio[1].

Seconda portata (con arrosti)

«Vyand ryal» (vino addolcito e speziato, addensato con farina di riso).
«Blandyssorye» (zuppa bianca con latte di mandorla su un letto di carne di pollo).
Maialini, capretto, gru, arrosto di cacciagione, heronsewes (giovani di airone), pulcini farciti, pernice, «un leche», (una torta?), «crustade ryal» (del tipo di una quiche, con un ripieno a base di uova).
Chiusura con una sottigliezza rappresentante un leopardo.

Terza portata (con carni fritte e delicatezze)

«Mammenye ryal» cioè mamonia regale (probabilmente pezzi di carne di pollo in latte di mandorla e/o vino speziato).
«Vyand» (qui probabilmente una zuppa).
Tarabuso, chiurlo, piccione, conigli giovani, pivieri, quaglie, allodole, «vyaunt ardent» (qualcosa con liquore tipo brandy), «lechemete» (di nuovo), «frytourys lumbard» (frittelle o dolci ripieni), «payne puffe» (dolce ripieno), gelatina di frutta.
Chiusura con una sottigliezza rappresentante un’aquila.

Fonte: Christopher M. Woolgar, The Great Household in Late Medieval England, New Haven, 1999, p. 160.


[1] Il cosiddetto entremets, un intermezzo, che formava una specie di pausa nel servizio del banchetto, ma poteva essere anche parte integrante delle portate.